La storia

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C’era una volta è il principio di una favola, ma è anche l’inizio di questa storia: la storia di come è iniziata la produzione di aceto balsamico della nostra famiglia.

Dunque, dicevamo, c’era una volta la nonna che, nella società patriarcale dell’epoca, si era ritagliata un’attività tutta sua, nella quale era maestra e indiscussa protagonista: la produzione di aceto balsamico, ovvero non solo un condimento per i cibi, ma un vero e proprio elisir e tonico contro l’inappetenza, fortificante per la gravidanza e allattamento, nonché assunto come digestivo dopo i pasti o semplicemente una golosità da dispensare come premio di tanto in tanto.

I barili detti “vaselli” venivano collocati esclusivamente nel “tassel”, il granaio, in particolare nella parte più bassa dove il tetto scende ad incontrare il muro.

Ciò comportava che chiunque doveva abbassarsi per adempiere alle varie funzioni in una sorta di inchino dovuto a questo alimento regale.

La nonna era gelosissima del suo lavoro e non ammetteva nessuno nel suo regno, un mondo fatto di sassi di fiume e pezzuole di lino per chiudere le botti, un mondo di profumi inebrianti che a noi bambini facevano girare la testa, ma che spesso ci veniva precluso visto il pregio e il valore che questo racchiudeva.

L’unica concessione per la quale si aprivano le porte dell’acetaia era in settembre, quando potevamo salire con lei per appendere sulle travi i grappoli d’uva da far appassire, che sarebbero stati consumati nelle successive le feste natalizie in quanto di buono auspicio.

Nel periodo invernale si toglieva dalla botte più piccola la quantità di balsamico bastante all’uso familiare e si travasava dalla botte immediatamente adiacente la stessa quantità prelevata precedentemente e così via, fino ad arrivare alla botte più grande che veniva rabboccata con il mosto nuovo fatto bollire per almeno 12 ore nel grande “fugone” in cortile.

Solitamente le favole finiscono con “E vissero tutti felici e contenti”, ma la nostra storia continua ancora adesso, con una sola differenza: non appendiamo più l’uva alle travi!